Li osservo, cerco di capire il loro rapporto – così bello, forzato, complicato e per me che sono figlia unica, misterioso.

abbracci

Osservo la loro complicità a tratti.

Una complicità fatta di sorrisi improvvisi. Come quando Leon vede apparire il fratello in una stanza e si illumina d’immenso. Oppure quando Thiago (ogni tanto) va da lui e lo accarezza.

Vedo la competizione: li osservo e cerco di non intervenire quando si contendono un gioco, quando il grande si arrabbia per l’invasione degli spazi e il piccolo con un’ostinazione che mi sorprende, senza fare una piega, continua a pretendere il possesso dell’oggetto.

Osservo una diversa competizione quando si contendono la mamma, quando vogliono la mia attenzione e i miei abbracci esclusivi.

Io l’attenzione, come gli abbracci, cerco sempre di dividerli per due.

Ma non basta perché loro cercano di conquistare centimetri di me, sguardi in più e attenzioni maggiori, rispetto all’altro.

E io ancora, come dividere equamente i miei abbracci, non l’ho ancora capito.

Vedo il loro rapporto, di poche parole, ma molta intesa e molti conflitti: fatto di abbracci che sembrano tentativi di soffocamento, spinte per definire la proprietà e tuffi del piccolo sul grande che finiscono sempre con uno scontro o una capocciata –

Vedo un rapporto che si sta costruendo dove ancora non sanno misurare le rispettive forze, le proprie capacità, dove piano piano stanno prendendo le misure l’uno con l’altro.

E io cerco di restare sullo sfondo e intervenire in punta di piedi.