Allattamento al seno e ritorno al lavoro:

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Il lavoro fatto per promuovere l’allattamento al seno, specialmente a richiesta e prolungato, è stato davvero encomiabile.

Ho partorito Thiago a Milano e Leon a Rimini e in entrambi gli ospedali mi è sempre stato detto: ogni volta che piange attaccalo al seno, non guardare orari e avanti tutta. Lo stesso la pediatra.

Peccato che le mamme lavoratrici autonome, nella maggior parte dei casi , la maternità – quindi la possibilità di restare a casa a godersi il pupo – se la sognano: chi svolge un lavoro free lance sa bene quanto sia dura farsi sostituire e in ogni caso questo può comportare una grossa perdita di clienti/lavori.

Le lavoratrici dipendenti hanno sì dei periodi garantiti di maternità, ma quando tornano a lavorare difficilmente possono prendere dei permessi per continuare ad allattare a richiesta i propri bambini (soprattutto dopo i sei mesi).

Oppure può capitare ciò che è successo a me: la mia seconda maternità è stata calcolata sull’anno in cui ero in maternità di Thiago, durante il quale non ho praticamente lavorato e quindi, a questo giro, non percepirò praticamente nulla. -N-u-l-l-a-

Così io in maternità non ci sono mai andata e dopo poche settimane avevo già ripreso gli appuntamenti di lavoro per portare a termine lavori iniziati durante la gravidanza. E’ chiaro che in tutto ciò concepire un allattamento a richiesta sia stato praticamente impossibile (e nonostante questo sto continuando ad allattare).

Quindi piuttosto che insistere con le campagne per l’allattamento al seno a tutti i costi – questa cosa l’abbiamo capita, davvero – forse occorrerebbe rivedere il funzionamento di un sistema dove da una parte si raccomanda l’allattamento a richiesta, instillando il senso di colpa con il messaggio subliminale “se non allatti esclusivamente al seno non sei una brava mamma” ma dall’altra parte, lo stesso sistema, non mette nelle condizioni di poterlo fare.

Questo meccanismo perverso mi ricorda il Doppio Legame di Bateson e le sue tragiche conseguenze:

Il doppio legame indica una situazione in cui la comunicazione tra due individui, presenta un’incongruenza tra il livello verbale (quel che vien detto) e il non verbale (gesti, atteggiamenti, tono di voce). Chi riceve il messaggio non ha la possibilità di decidere cosa ritenere valido (visto che si contraddicono) e nemmeno di far notare l’incongruenza.

Come esempio Bateson riporta l’episodio di una madre che dopo un lungo periodo rivede il figlio, ricoverato per disturbi mentali. Il figlio, in un gesto d’affetto, tenta di abbracciare la madre, la quale si irrigidisce; il figlio a questo punto si ritrae, al che la madre gli risponde: “Non devi aver paura ad esprimere i tuoi sentimenti”.

A livello di comunicazione implicita (il gesto di irrigidimento) la madre esprime rifiuto per il gesto d’affetto del figlio, invece a livello di comunicazione esplicita (la frase detta in seguito), la madre nega di essere la responsabile dell’allontanamento, alludendo al fatto che il figlio si sia ritratto non per l’irrigidimento, ma perché bloccato dai suoi stessi sentimenti. Il figlio, colpevolizzato, si trova impossibilitato a rispondere.

Bateson ipotizza che causa della schizofrenia sia l’esposizione cronica a situazioni familiari di doppio legame.

Tirate voi le conclusioni.