Le favole per bambine, dei miei tempi, hanno fatto più danni del buco nell’ozono.

Certe fiabe hanno costruito il mito del principe azzurro, dell’uomo salvatore da ogni male, della donna incapace all’autosufficienza.


Purtroppo vedo molte mie amiche che ancora adesso – nonostante siano passati diversi lustri da quando le loro madri o nonne gli leggevano tali storie – stanno scontando la grande fregatura.

Vedi Cenerentola che da casalinga disperata e vittima delle sorelle è diventata una principessa perché era riuscita a sposare un uomo dal sangue blu.
Oppure la bella addormentata, l’emblema della narcolessia, rimessa al mondo col bacio di un principe.

E pure Biancaneve che poteva continuare a fare le gang bang con i suoi amici sette nani alla fine ha preferito accasarsi con un nobil uomo.

Le favole quindi insegnano questo: che tu sia una svampita, una vittima della tua famiglia o una di facili costumi, a un certo punto, il tuo riscatto sociale,  passa sempre e solo attraverso un uomo.

Perché nessuna donna nelle favole ce la fa da sola a venire fuori dalle sue sfighe?

Nella realtà non conosco nessuna donna che abbia avuto questo epilogo, anche perché il matrimonio e la famiglia non sono mai un epilogo, ma un inizio, un percorso, spesso non privo di crisi e difficoltà. 
Sento tante donne che se non piacciono a un uomo pensano di avere qualcosa che non va. 
Il bisogno di piacere ed essere amate è davvero un tranello micidiale: è come chi ha bisogno di soldi e mette in vendita un immobile o un’attività: sarà molto più propenso a trattare e farsi cannibalizzare rispetto a chi di soldi non ne ha bisogno.
Allo stesso modo chi ha bisogno di piacere ed essere amato accetterà molti più compromessi, mancanze e umiliazioni rispetto a chi non costruisce la propria identità sul giudizio degli altri.  
Ripartiamo dalle favole, ma anche dall’educazione: non si deve prima di tutto piacere agli altri, ma a se stessi.