Quando sei incinta, c’è un inconveniente che prima o poi devi affrontare: il parto. 
Che comunque vada, non è mai una passeggiata.


Il mio primo parto è stato un cesareo, con una ripresa abbastanza veloce, ma faticosa. 
Questa volta vorrei evitarlo. 
I motivi che mi spingono ad un parto naturale sono poco poetici e abbastanza pratici: le linee guida OMS consigliano di non ripetere un cesareo se non ci sono problemi, non vorrei sentirmi spezzata in due ad altezza addominali e odio gli aghi. 

Molte donne purtroppo, a causa del cesareo, si sono sentite meno madri, incapaci di partorire, private della possibilità di mettere al mondo il proprio figlio e a distanza di anni guardano la cicatrice come una sconfitta personale.

Secondo me una buona relazione con il proprio figlio si costruisce con il tempo e un parto non può inficiare irrimediabilmente questo rapporto né misurare il valore di una mamma.

Se una mia amica mi dicesse che si sente meno madre a causa di un cesareo io le consiglierei di approfondire e andare oltre il tipo di parto, perché spesso il cesareo è solo un fattore scatenante di qualcosa di latente e non una causa isolata di malessere o depressione post partum.

Mio figlio è felice quando trascorro del tempo con lui senza distrarmi, quando lo faccio ridere, quando gli lascio sporcare la casa senza arrabbiarmi, quando si sente amato, accolto e compreso.

Mio figlio quando sarà adolescente forse mi rinfaccerà di averlo lasciato troppo tempo con la nonna o con la baby sitter, di avergli fatto odiare le lenticchie perché gliele proponevo più volte a settimana e di avergli fatto venire la fobia delle carie perché ogni sera lo rincorrevo con lo spazzolino e il dentifricio minacciandolo e raccontandogli storie tremende su vermi e buchi neri nei denti. 

Nessun figlio rinfaccerà mai alla propria madre un mancato parto vaginale. 

Questo per far riflettere che lo stereotipo della buona madre spesso è molto differente tra adulti e bambini e in questo caso sempre meglio dare ascolto ai più piccoli.